SUL PROBLEMA DELLE BIOMASSE

Risposta ad un articolo del giornalista Rocco Pezzano che sosteneva l’ecologicità dell’utilizzo della biomassa delle foreste del Pollino per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Quotidiano della Basilicata dei primi di Marzo 2010

Gentile Pezzano, le scrivo in merito all’articolo apparso sul Quotidiano della Basilicata, Biomasse: tesoro verde lucano, che riguardava uno studio condotto per conto dell’Enea in cui si parlava di potenzialità della Basilicata in termini di biomasse. Scopriamo in questo articolo che la Basilicata non è la regione delle splendide montagne del Pollino, dei calanchi di Carlo Levi, dei Sassi di Matera, dell’aglianico, dei borghi e dei castelli, della piana di Metaponto con la sua ricchezza agricola, delle tradizioni, dei prodotti tipici, della cultura e dell’archeologia.. del mare di Maratea. Il tesoro della Basilicata sono le biomasse. Ora, anch’io potrei essere d’accordo sulle centrali a biomasse, se di piccole dimensioni e in presenza di grandi piantagioni che producono grandi quantità di scarti vegetali, ma nell’articolo si fa letteralmente “di tutte le erbe un fascio”, mettendo assieme nel concetto di biomassa, paglia, sterpaglie, vinaccia, latifoglie e conifere (ci mettiamo anche qualche bel pino loricato?)… e chi più ne ha più ne metta. Ciò che si contesta nell’articolo è il presentare la biomassa acriticamente, senza analizzare il possibile impatto ambientale che può presentare nel caso dello sfruttamento forestale e senza discutere della reale natura delle centrali a biomasse, in un periodo nel quale proprio la Basilicata è stata attraversata da mobilitazioni dei cittadini che hanno impedito nel nostro territorio – e con le dovute ragioni – proprio l’apertura di centrali a biomasse che vengono presentate come ecologiche, ma che ecologiche non sono. Prendiamo in esame l’esempio più eclatante. Si parla di potenzialità produttive dei boschi in termini di biomassa proprio in un momento in cui questa questione è stata esacerbata dalla faccenda della centrale Enel della Valle del Mercure Questa vicenda mostra tutta la criticità che può presentare l’apertura di un impianto a biomasse: innanzitutto la centrale è situata in un Parco Nazionale, che dovrebbe essere preposto a ben altre cose piuttosto che allo sviluppo di “energia rinnovabile”; la centrale avrebbe messo a rischio proprio i boschi del Pollino, che rappresentano ecosistemi delicati e con una biodiversità unica; c’era il rischio che l’impianto, per le sue grosse dimensioni utilizzasse anche rifiuti, con tutti i rischi connessi alla salute dei cittadini che popolano la valle; gran parte della biomassa sarebbe stata importata: la cosa grottesca è che magari avremmo visto arrivare nella nostra centrale cippato (e quanta energia è necessaria per l’importazione della biomassa?) proveniente dalla deforestazione dei paesi del Terzo Mondo … magari dell’Amazzonia!

Lo studio condotto dall’Università della Tuscia evidentemente concepisce la  Basilicata come se fosse il Canada o la Svezia. Non abbiamo certo una copertura forestale tale da permettere uno sfruttamento industriale delle nostre ben modeste foreste! Inoltre un bosco può presentare importanti valori paesaggistici, ambientali, culturali che, se danneggiati, porterebbero anche a ricadute occupazionali nell’ambito del turismo, che in Basilicata è una risorsa da sempre ritenuta potenzialmente importante. Per conto mio poi rifiuto totalmente la logica assolutamente “mercantile” che si ricava dalle osservazioni della professoressa Anna Barbati che ha coordinato lo studio di cui si parla nell’articolo: « I dati riportati nel dataset dell’Atlante – spiega Anna Barbati, professoressa del Disafri dell’ateneo di Viterbo – indicano la quantità di biomassa effettivamente ritraibile dal bosco per fini energetici; si tratta solo di una frazione del tasso naturale annuale di accrescimento del bosco, dunque si mantiene la riproducibilità della risorsa (il “capitale” rimane intatto e continua ad accrescersi nel tempo); in un’ottica di sostenibilità ambientale dell’uso della risorsa legnosa abbiamo ritenuto opportuno introdurre restrizioni al prelievo rispetto al potenziale massimo di produzione, anche nelle condizioni stazionali più favorevoli alla meccanizzazione delle utilizzazioni forestali; si deve inoltre considerare che la stima tiene conto delle limitazioni connesse all’accessibilità dei soprassuoli forestali, che condizionano l’ambito di convenienza economica delle utilizzazioni. » La professoressa parla di un bosco ma sembra stia parlando di una banca!!! Questo è un bell’esempio di approccio “scientifico” (direi anzi economicistico) alla natura slegato da ogni considerazione relativa ai valori di tutt’altro tipo, ovvero ambientali, culturali, spirituali, che può presentare un bosco!

Bisogna poi fare chiarezza sull’importanza biologica che la biomassapresenta in un bosco. Biomassa non è solo ”frazione del tasso naturale annuale di accrescimento del bosco”. Sui boschi vorrei citare le considerazioni di Franco Zunino, segretario dell’Associazione Italiana Wilderness, fatte proprio a proposito della centrale Enel della Valle del Mercure:  « assolutamente inconcepibile è una loro gestione al fine di sottrarre “industrialmente” alle foreste proprio la biomassa di cui hanno bisogno per crescere e per preservare tutte le loro componenti (non per nulla le stesse leggi forestali hanno sempre impedito il sottrarre ai boschi quella che oggi viene tanto pomposamente chiamata “biomassa rinnovabile”, come se fosse un prodotto da commercializzare!). Un prodotto che l’ENEL definisce, appunto, “risorsa pulita e rinnovabile”, ma che in realtà in una filiera naturale essa non è affatto rinnovabile, bensì “accumulabile”, il che è una cosa diversa, ed anche fondamentale per il futuro delle foreste: la terra su cui crescono e si rinnovano altro non è che biomassa accumulatasi per millenni

Una cosa la voglio ribadire. Come si vede anche l’università, ormai asservita alle logiche imprenditoriali dello “sviluppo sostenibile” fa la sua parte nel collaborare con quelle multinazionali che vorrebbero sottomettere la Basilicata alla speculazione delle multinazionali dell’energia, rinnovabile e non rinnovabile.

La Basilicata non è “legna da ardere”, né discarica di scorie, né petrolio da estrarre. Altre sono le sue risorse e potenzialità. Che potrebbero svilupparsi se si desse la possibilità a 2000 giovani l’anno di non emigrare e di mettere al servizio della propria  terra cultura, capacità e sensibilità!

Saverio De Marco
(San Severino Lucano, PZ)