PROTEGGERE LA NATURA O SOLO VALORIZZARLA?

Che poi è sempre stato il grimaldello della politica per perpetuarne gli sfruttamenti altrimenti proibiti e dannosi!

 

IL WWF VERSUS LA CORTE COSTITUZIONALE? Sembrerebbe di sì a leggere il comunicato con cui, basandosi su un sentenza del TAR di Pescara, pretende di imporre non tanto al Governo e alla Regione Abruzzo, quanto ai Comuni interessati di “calarsi le braghe” affinché il Ministero dell’Ambiente possa istituire il proposto ennesimo, ed inutile, Parco Nazionale della Costa Teatina. Lo avrebbe imposto una sentenza del suddetto TAR. Magari la sentenza è giusta, perché non vogliamo credere che i giudici decidano condizionati dalle proprie emozioni, ma sugli atti. Magari gli atti ci sono: deliberazioni dei Consigli comunali dei Comuni coinvolti. Ci auguriamo che sia così, perché altrimenti si configurerebbe uno scontro di competenze tra i due organismi giudicanti. Solo che il primo è solo, appunto, il primo grado amministrativo, il secondo la suprema Corte! Suprema Corte che da anni ha già, con più di una sentenza, stabilito che nessun’area protetta nazionale o regionale può essere IMPOSTA senza il preventivo assenso dei Consigli Comunali interessati in quanto rappresentanti legittimi del pensiero e della volontà popolare! E sono tutte state sentenza di ALTA democrazia liberale; anche se in Italia in tanti, pur sentendosi “democratici” (ma non liberali!) non la ritengono giusta, e credono ancora che per il bene del popolo tutto i singoli e le minoranze debbano sacrificarsi per il bene del popolo… e senza che questi singoli e queste minoranze accampino il diritto di essere risarcite! Ecco, ci auguriamo che quelle Deliberazioni dei Consigli comunali ci siano, che siano state approvate, magari all’unanimità. Perché solo così noi accetteremo che il Parco Nazionale della Costa Teatina veda luce. Perché, in caso contrario, sarebbe un sopruso in nome del popolo: cose da ex URSS!

ANCORA BERGEGGI! Uno sputo di isoletta preservatasi integralmente da sempre, e invece sempre più minacciata da quando è stata dichiarata “area protetta”. Una delle tante assurdità dell’ambientalismo tipicamente italiano, dove la natura piuttosto che di essere protetta, per i politici ha bisogno di essere sfruttata. O, meglio, con la scusa della sua “protezione” la si vuole solo “valorizzare”; ovvero deve rendere soldi a chi la gestisce. In pratica un vero e proprio meritricio. Succeda da anni in Liguria, per Bergeggi come per l’Adelasia e la Gallinara. L’ultima idea è di ampliare la sua area marina protetta; una proposta che suona come cosa buona, ma che al solito nasconde solo il desiderio di intraprendervi altre iniziative di sfruttamento: infatti con l’ampliamento proposto che, ripetiamo, sarebbe cosa buona e giusta, «resterebbe interamente all’interno dei confini comunali di Bergeggi e porterebbe l’Amp dagli attuali 2,15 chilometri quadrati a circa 7 chilometri quadrati complessivi, triplicandone di fatto l’estensione. Dal punto di vista tecnico, la proposta prevede il mantenimento invariato della zona A di riserva integrale e della zona B, che però diventerebbe “riserva generale speciale dove saranno consentite tutte le attività tranne la pesca. La zona C, verrebbe ampliata consentendo attività a basso impatto come snorkeling, canoa e una fruizione regolamentata per il diporto e la pesa”. L’iter gode anche di un sostegno economico fondamentale da parte della Fondazione Friends of Genoa per coprire costi procedurali, rafforzare il personale e coinvolgere enti di ricerca». Ecco non ci pare che questo siano propriamente cose da “area protetta”, caso mai da area ricreativa e di studio, dove vi si potrà fare di tutto. Allora, forse non era meglio prima quando l’Isola di Bergeggi non era ne riserva integrale né i suoi fondali area marina protetta? Non era protetta, ma non era neppure minacciata da interventi umani. Se queste devono essere le aree protette, tanto varrebbe lasciarle prive di protezione. Protezione dovrebbe in primo luogo far sì che queste aree restino quali esse sono sempre state affinché non solo i contemporanei, ma anche i posteri possano goderne. Peccato che con la loro prostituzione al dio turismo, sono certamente i contemporanei ad arricchirsi, per lasciare ai posteri delle lande sovrautilizzate, sfruttate, mercificate in tuti i modi possibili. E si sa che ogni utilizzo comporta uno sfruttamento ed una erosione di antichi stati. Quegli antichi stati ambientali che ogni area protetta che si rispetti dovrebbe invece garantire. Siamo quindi favorevoli a che l’area marina protetta venga ampliata, ma anche decisamente contrari a che lo si faccia solo per por godere di soldi più o meno pubblici che se utilizzati per la sua gestione, si riveleranno un incentivo alla sua continua manomissione. Operare non è sempre un bene quando si parla di aree protette, perché “conservare” significa esattamente l’opposto. Non può esservi conservazione con la valorizzazione. Ecco perché la prima cosa da farsi dovrebbe proprio essere quella che invece è stata subito negata: l’ampliamento della zona di riserva integrale, perché sarebbe l’unica vera “area protetta” nell’ambito della Amp.

NON PLUS ULTRA. La finalità primaria dell’Associazione Wilderness non è a caso che sia stata quella di impegnarsi per dare una salvaguardia alle ultime aree e zone rimaste prive di strade e altre opere urbane (rifugi compresi); perché se si salvano questa aree o zone, si dà garanzia di tutela sia per tutte le altre componenti ambientali, sia per tutti i praticanti attività ludiche in natura. Una priorità che in Italia pochi hanno compreso; la maggior parte degli appassionati di aspetti naturali pensano solo ai loro “oggetti del desiderio”, scoprendo magari poi che questo non è sufficiente e che nonostante i loro impegni e i loro interessi, senza la “blindatura” delle aree in cui essi esistono, vivono o dove vanno a praticare i loro sport, esse non si salvano lo stesso. Problemi di protezione che proprio il famoso Wilderness Act americano risolse alla radice. Aree “blindate” dove proprio la loro conservazione integrale fungeva da tutela per tutte le componenti ambientali, habitat e paesaggi. E dove l’uomo può andare per i propri piaceri ludici e spirituali e sportivi, certo di non imbattersi in cose o situazioni fastidiose, e dove gli impedimenti sono solo a garanzia della difesa della natura e dei suoi stessi privilegi di visitatore. E regola primaria dovrebbe essere non tanto e solo il “numero chiuso”, quanto la “Carring Capacity”. Leggiamo ora con soddisfazione come lo stesso responsabile delle specie e delle ricerche della LIPU ha scoperto l’acqua calda quando afferma, come ha fatto, in un intervista rilasciata per una rivista abbinata al Corriere della Sera: “Non tutte le specie che stanno diminuendo nel mondo sono una conseguenza del cambiamento climatico. Alcune, soprattutto quelle molto localizzate, hanno perso popolazione individuale a causa della distruzione dell’habitat naturale in cui vivono”. È una grande verità. Eppure, nonostante questo, l’impegno dei mass media e di tutto il mondo ambientalista è più rivolto a combattere il cambiamento climatico (sebbene non vi sia poi questa certezza assoluto che sia poi proprio causato dall’uomo e non già parte di cicli climatici universali in cui è inserito il pianeta Terra, come si vuole far credere a tutti i costi: e già questo contribuisce al dubbio) che non alla salvaguardia delle aree rimaste selvagge, ovvero prive di strade e altre opere urbane. Salvando le quali si salverebbe il TUTTO al loro interno: le specie di fauna e flora, i paesaggi, gli habitat, e anche le possibilità di andarne a godere per l’uomo. Eppure l’interesse verso la salvaguardia delle nostre “roadless” (le nostre “aree senza strade”) che negli USA è, non una, ma la PRIORITÀ dell’ambientalismo, da noi trova pochissimi adepti. Un poco come il vecchio proverbio del contadino che, intento a salvare il filo d’erba finisce per perdere il pagliaio. Ecco, l’Idea Wilderness è il nostro pagliaio!

LA QUERCIA DI ROBIN HOOD. La campagna portata avanti da anni per la salvaguardia degli alberi monumentali, non poche volte si è rivelata se non fallace, almeno perniciosa, per due ragioni principali. La prima l’antidemocratico metodo di imporre un divieto di tagli senza prevedere indennizzi per mancato reddito o acquisto alla pubblica proprietà (pur sperperando non pochi soldi pubblici per la loro “gestione”!). La secondo per aver trasformati questi alberi in attrattori turistici, mettendo quindi a rischio proprio quell’incolumità che si voleva evitare. L’esempio più eclatante ci giunge oggi dall’Inghilterra, dove la famosa “Quercia di Robin Hood”, nella foresta di Sherwood, è morta proprio per i suddetti due motivi. Hanno speso soldi per “gestirla” credendo di aiutarla a vivere, e invece si è scoperto che l’hanno aiutata a morire. L’hanno aperta con sconsideratezza al turismo i loro “amanti” hanno finito per contribuire a farla morire con il loro eccesso di calpestio. Ecco cosa ne hanno scritto i media sulle colpe dell’uomo: «A ucciderla non è stata una sola causa, ma una sovrapposizione di traumi accumulati nel tempo. Due secoli di turismo hanno compattato il terreno intorno alle radici, privandolo di ossigeno e vita microbica. L’estrazione del carbone sottostante ha alterato la falda acquifera. E poi il clima: cinque estati consecutive con scarse precipitazioni e temperature anomale, culminate nell’ondata di calore del luglio 2022, quando la Gran Bretagna toccò i quaranta gradi. Paradossalmente, anche i tentativi di salvarla hanno contribuito alla fine. Nel 1904 furono installati puntelli e catene metalliche per sostenere i rami. Negli anni Sessanta le parti cave vennero riempite di cemento, i rami rivestiti di piombo, poi di fibra di vetro. Quei supporti, che impedivano all’albero di collassare su se stesso, lo costringevano però a pompare acqua verso i rami esterni invece di concentrare le energie nel tronco. Le querce antiche, se lasciate indisturbate, perdono i rami e crescono verso il basso, riducendo il proprio fabbisogno idrico con l’avanzare dell’età. Alla Quercia Maggiore non fu mai concesso di farlo

 

Murialdo, 6 Luglio 2026                                                   Franco Zunino

                                                                                   Segretario Generale AIW

APPELLO per il 5xMille 
Aiutaci sottoscrivendolo a favore dell’AIW

(ed inoltra ai tuoi indirizzi e-mail): RICORDATENE! Grazie.

Codice Fiscale AIW: 90003070662