LA PESCA NO-KILL E L’AIW

Affermazioni attuali e “moderne”, pesanti però, che entrano taglienti nella storia dell’uomo, incidono nelle sue attività secolari di sostentamento e fanno ben intendere come il progressivo distacco dell’uomo dalla natura abbia ormai inquinato anche chi dovrebbe farne parte in prima persona. E’ la lenta trasformazione dell’uomo predatore per bisogno in una figura ibrida che, tolto il bisogno, non sa riconoscere neppure più se stesso, si rinnega, crea surrogati anomali di quel che faceva per continuare a svolgere qualcosa che non è più quel qualcosa di un tempo in quanto mancante dell’ossatura principale che lo sosteneva. L’analisi riguarda le dichiarazioni sulla pesca dei giorni scorsi e la diatriba scatenata dai soliti animalisti. La frase è più o meno questa: “noi pescatori rispettiamo la natura, perchè le nostre prede non le uccidiamo ma, dopo averle pesate e fotografate, le liberiamo immediatamente”. Sui siti dedicati a questa forma di pesca, il “catch and release” o “no kill” per gli addetti ai lavori, si leggono argomentazioni etiche, morali ed ambientali a sostegno della stessa. Si legge, tra gli appassionati del “no kill”, che alla gioia della cattura, si aggiunge la gioia del rilascio. Queste dichiarazioni, oltre ad aver scatenato le ire degli animalisti che ne leggono solo uno sfruttamento animale per mero divertimento, hanno sollevato parecchie lamentele anche tra i pescatori tradizionali (la maggioranza). Non voglio pertanto ripetere le mille argomentazioni dette da questi ultimi, già sufficienti a demolire in un sol colpo le pretese di maggior eticità dei sostenitori di questa forma di pesca ma voglio soffermarmi unicamente sul soggetto della frase virgolettata riportata più su: “Noi pescatori”.
Pescatore è colui che esercita la pratica della pesca, attività come la caccia nata con l’uomo per motivi di sostentamento alimentare. La pesca, così come la caccia, prevede dei rituali ben precisi il cui scopo finale è la cattura di una preda, non per mero divertimento, ma per cibarsi di quella cosa che si è riusciti, con abilità, a prendere tra le mani. Non ha alcuna importanza se oggi quella stessa cosa la si può comperare al supermercato; il rituale assume il suo pieno significato se viene compiuto in ogni sua parte e la mancanza di una di queste componenti lo degrada e lo svilisce fino a renderlo un surrogato di un’attività incompleta il cui uomo che la pratica non sa più neppure comprenderne i motivi per i quali la svolge. La pesca ovviamente non è solo cibo, non è neppure solo appagamento personale per aver dimostrato a se stessi le capacità di misurarsi con la natura, come non è neanche solo spassionato contatto con il territorio. La pesca è molto di più, è la risultanza di tutte queste componenti la cui alchimia, più è simile all’attrazione ancestrale che l’uomo aveva per essa, più il rituale diventerà appagante. Una canna di bambù, in un luogo solitario, una preda furba, la cattura, la soddisfazione di portarlo via da quel fiume che si sente un po’ nostro ed orgogliosi mostrare la preda catturata fino all’epilogo, cioè cibarsene ricordandosi i momenti e le fatiche spese, sono la Pesca. Una somma di risultanze che giustificano la nostra incapacità di esprimere in due parole il perché svolgiamo la pesca o la caccia. Chi, molto banalmente, spiega che pesca per il divertimento di catturare il pesce non sta esercitando quella nobile pratica che invece, nel vero pescatore, sa sviluppare dei sentimenti molto più profondi in quanto affondano le loro radici direttamente nella storia dell’uomo e del suo stesso essere. L’appagamento nello svolgere queste due importanti attività per l’uomo, la caccia e la pesca, è quindi a mio avviso direttamente proporzionale alla nostra capacità di saperle svolgere nella maniera più simile possibile alle loro origini ed ai loro perché. Più ci allontaniamo da queste origini e più difficile sarà saper riconoscere intimamente, con il cuore, non a parole, i motivi sul perchè lo facciamo. Guardate signori, che perse queste semplici cose (a me piace definirlo il lato “spirituale” della caccia e della pesca), per sostituirle con qualcosa che le richiama solo lontanamente con l’immagine, attraverso l’appagamento di uno solo degli atti più su descritti, ci siamo persi; ci siamo giocati il cacciatore ed il pescatore, lasciando spazio allo sportivo che tiene di più alla sua bacheca di fotografie o a quella delle medaglie vinte nelle gare. La vera competizione dev’essere invece con se stessi, quella che deve servire a farci riscoprire cosa significa sentirsi parte della natura. E’ l’”Io” pescatore che va ritrovato, non il “noi”! Metaforicamente, una canna di bambù, od un vecchio fucile subacqueo, e ritornare un po’ bambini, compiendo appieno quel rituale che si tramanda dalla notte dei tempi risultano essere gli ingredienti sufficienti ed essenziali per far rivivere la pesca, quella vera di sempre! Un gesto che dev’essere d’esempio per la nostra “strana” società quasi ad assumere il significato di un gesto di protesta utile a far comprendere ai nostri comuni detrattori che il mondo storto è il loro, non il nostro!

Massimo Zaratin
Delegato AIW per la Regione Veneto